Milano, Walter Tobagi un esempio per noi giornalisti

Milano, Walter Tobagi un esempio per noi giornalisti

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Il 28 maggio del 1980 il gruppo brigatista denominato “28 Marzo” uccideva il giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi. Fu un assassinio efferato e crudele. Efferato perché tutti gli assassinii hanno questa caratteristica. Crudele in quanto colpiva un uomo buono e giusto. Walter Tobagi rappresenta uno dei momenti più terribili della storia del giornalismo del secondo Novecento in quanto si andava a colpire un esempio. Per far meglio comprendere l’atroce gesto compiuto dalle BR si utilizzò un’espressione molto indovinata e precisa: “odiato senza ragione”. Walter Tobagi fu sottoposto per mesi da certi settori ad una vera e propria campagna di odio poiché lo si dipingeva come servo del capitalismo italiano in quanto scriveva per il giornale che rappresentava gli interessi della borghesia imprenditoriale del nostro paese. Ma tale campagna era senza ragione. Walter Tobagi fu un giornalista molto vicino agli interessi di tutte le classi. Soprattutto quelle impiegatizie e operaie. Da ricordare i suoi incontri con gli operai al fine di capire meglio la loro situazione e le loro aspirazioni. Inoltre, fu molto attivo nel sindacato dei giornalisti affinché la categoria fosse maggiormente tutelata e capace di interpretare i profondi cambiamenti in atto nella società italiana a cavallo degli anni settanta e ottanta. Walter Tobagi non era un giornalista che se ne stava rinchiuso in redazione e capire il mondo dal chiuso di una stanza. Lui era in mezzo alle dinamiche sociali, politiche, culturali ed economiche proprio perché credeva che fosse dovere di un giornalista di essere lì dove avvenivano i fatti che producevano i cambiamenti storici dell’Italia. L’odio di cui fu oggetto è assolutamente fuori luogo e produce solo orrore. Walter Tobagi non voleva essere un giornalista conformista, ma intendeva la professione come un mezzo per entrare in sintonia con ciò che stava accadendo nella società. Specialmente la società italiana che uscendo dagli anni di piombo si stava lanciando nel mito della “Milano da bere”. Questo è l’esempio che si devono mettere in testa tutti i giornalisti. Non è una professione che si esercita dentro una redazione o mediante il contatto con i social, ma un continuo bagno nella realtà che circonda il giornalista. Giornalista che assume, pertanto, un ruolo fondamentale di tramite e comunicazione in una società sempre più complessa e difficile quale stava diventando la società italiana di quel periodo. Un giornalista redazionale non serve a nulla. Serve alla società un giornalista che si interroga sulle dinamiche sociali e vi è dentro come testimone privilegiato. Ecco perché Walter Tobagi è un esempio che noi tutti giornalisti dobbiamo seguire. Un esempio chiaro e forte da cui apprendere ogni giorno. Personalmente ho voluto fare il giornalista anche grazie alla sequela professionale che ci ha lasciato Walter Tobagi. Egli è una delle ragioni per cui io sono un giornalista. Giornalista fiero di esserlo e che mi impone di essere nella società e seguire in maniera scrupolosa i dettami deontologici che il nostro Ordine ci indica. Walter Tobagi per me è un pro-memoria presente ogni giorno.

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