Lentini, tamponi attendibili? Intervista alla biologa Katia La Ferla

Lentini, tamponi attendibili? Intervista alla biologa Katia La Ferla

di Rachele Trigili*

LENTINI- “Nel futuro post-pandemia il Covid diventerà una normale influenza”: le parole della biologa Katia La Ferla.
Gli alunni della IVF del liceo Vittorini-Gorgia in partenza per la gita in Grecia, hanno effettuato i tamponi antigenici nell’ambulatorio della dottoressa La Ferla, cogliendo l’occasione per intervistare la biologa circa i tamponi, e il suo parere sui vaccini e sul futuro post-pandemia.
– Quanti tamponi ha eseguito nel suo laboratorio?
“Secondo i dati, circa 4.000-4500 tamponi”.
– Ci potrebbe spiegare quali sono le differenze fra i vari tipi di tamponi?
“I tamponi rapidi danno un risultato nell’arco di 15 minuti e sono dei tamponi antigenici. Antigenico vuol dire che nel tampone, il reagente va a rilevare l’antigene del virus (i virus possiedono delle proteine chiamate antigeni). Ha una determinata soglia oltre la quale riesce a determinare la positività del paziente, sotto quella soglia anche se il paziente è positivo non si vede e questo è il motivo per cui tante volte le persone con una bassa carica virale risultano negative, pur essendo positive.
Un altro tipo di tampone utilizzato, che è più preciso perché ha una soglia più alta, è il molecolare. La differenza con il tampone antigenico consiste nel modo in cui viene analizzato. È utilizzata una tecnica di biologia molecolare che si chiama PCR, viene amplificato l’acido nucleico del virus. Quindi si tratta di due metodi diversi: nell’antigenico viene rilevata la proteina del virus, nel molecolare l’acido nucleico. La sensibilità nel caso del molecolare è maggiore, per cui rileva la positività anche in una fase più precoce dell’infezione. Il costo del molecolare inoltre è maggiore perché per la tecnica che viene utilizzata sono necessari degli strumenti e dei reagenti più costosi rispetto ai test rapidi”.
– E’ anche possibile determinare gli anticorpi sviluppati con l’infezione?
“Certamente, attraverso un’analisi del sangue. Esistono gli anticorpi chiamati “neutralizzanti” contro la proteina spike del virus e quelli della classe IGM, che si formano nella fase precoce dell’infezione. Nel corso della pandemia abbiamo avuto diversi tipi di test; all’inizio potevamo individuare solo i neutralizzanti, anticorpi presenti dopo aver fatto il vaccino, ora anche gli anticorpi contro il capside del virus, che si formano soltanto quando si è avuta l’infezione in maniera naturale, cioè prendendo il Covid. Con la presenza di questi anticorpi è possibile sapere se si ha avuto l’infezione in maniera asintomatica”.

– Cosa pensa accadrà con la chiusura dello stato di emergenza?
“Potrebbe esserci un aumento dei casi positivi, ma la nuova variante oggi in circolazione è meno aggressiva, quindi magari aumenteranno i contagiati ma i sintomi saranno più lievi, per cui non dovrebbe esserci quell’affanno avuto all’inizio della pandemia con le sale di terapia intensiva piene. Si dovrà andare necessariamente verso questa forma di “normalizzazione”. Il virus non se ne andrà più, rimarrà, cambierà, diventerà a livello dei sintomi come un’influenza. Ci saranno sempre soggetti fragili, che avranno sintomi più gravi, ma per la maggior parte dei casi sarà una cosa più lieve. Nel post pandemia, il covid diventerà endemico, rimarrà nella popolazione, così com’è stato per l’influenza”.
– Secondo lei, i vaccini hanno causato l’abbassamento dell’aggressività dell’infezione?
“I vaccini hanno aiutato nel limitare il numero dei casi gravi, ma non servono a non prendere l’infezione. Fin dall’inizio, i primi vaccini approvati hanno avuto un 4-5% di probabilità che l’infezione si prendesse. Il vaccino serve in qualche modo per limitare l’aggressività del virus. Quando la maggior parte della popolazione è vaccinata, anche se prende l’infezione, nella maggioranza dei casi, lo prenderanno in maniera lieve”.
– Comunque sia, i soggetti fragili potrebbero comunque prendere l’infezione in maniera grave?
“Certo, bisogna vedere se ci sono delle patologie alle base, delle patologie persistenti, e anche la genetica gioca un ruolo importante. Dev’essere studiato a fondo, ma esistono sicuramente delle persone più o meno predisposte a contrarre l’infezione. C’è qualcosa nella nostra generica a influire”.

*Classe IV F
(foto: Sveva Fiorito)

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