“Willkommen, bienvenue, welcome” al Cabaret del Teatro Nazionale di Milano (Recensione)

“Willkommen, bienvenue, welcome” al Cabaret del Teatro Nazionale di Milano (Recensione)

 

Al Teatro Nazionale Che Banca! di Milano è in scena fino al 10 dicembre Cabaret – The Musical, che torna nei teatri italiani dopo la tournée della Compagnia della Rancia nel corso della stagione teatrale 2015/2016.

Questa produzione, la cui regia è di Luciano Cannito e Arturo Brachetti, ha la particolarità di una scenografia girevole divisa in due parti, che permette quindi di trovarsi in un attimo nel Kit Kat Klub, nella stanza dello scrittore Clifford Bradshaw o nel negozio di frutta e verdura di Herr Schultz.

Oltre alle basi musicali che accompagnano gli attori durante i brani, c’è una band di quattro elementi che suona dal vivo e che contribuisce a creare l’atmosfera giusta durante i vari momenti della storia. Alla batteria troviamo Gianmarco Careddu, al clarinetto e sax contralto Paolo Rocca, al contrabbasso Ermanno Dodaro e al pianoforte Roberto Rocchetti.

Cabaret – The Musical: il Cast

Gli otto ensemble trasportano il pubblico all’interno del Kit Kat Klub con delle coloratissime e ricche coreografie, in particolare quella di tip tap che chiude il primo atto. In quanto ai protagonisti, Ernst Ludwig è impersonato da Niccolò Minonzio, che si cala alla perfezione nella parte del nazista che non guarda in faccia nessuno, neanche gli amici, per il bene del partito. Giulia Ercolessi è invece Fräulein Kost, una donna che trae la sua indipendenza dai “clienti” che incontra in una delle stanze dell’albergo fatiscente di Fräulein Schneider. Quest’ultima – interpretata da Christine Grimandi – e il tedesco-ebreo Herr Schultz (personaggio di Fabio Bussotti) danno vita a una storia d’amore profonda ma impossibile, ostacolata dal periodo buio che Berlino e la Germania sono in procinto di vivere all’inizio degli anni Trenta.

Cristian Catto è l’americano Clifford Bradshaw, che si reca a Berlino in cerca di ispirazione per il suo romanzo, benché senza successo. Lo scrittore ha un carattere mite e premuroso, ma allo stesso tempo molto determinato. All’inizio accetta la proposta dell’amico Ernst di andare a recuperare per lui delle valigette a Parigi in cambio di denaro, cosa di cui ha un disperato bisogno. Eppure, quando scopre che dietro questi viaggi si nasconde un traffico di denaro per il partito nazista, ne prende le distanze e si schiera apertamente e con coraggio contro il nuovo movimento politico.

Il personaggio di Sally Bowles, di cui è diventata iconica l’interpretazione di Liza Minnelli nel film del 1972, è una donna che ha bisogno di amore ma non lo concede a nessuno perché vuole mantenere la sua indipendenza. Diana Del Bufalo affronta questo ruolo con il carisma e il brio che la contraddistinguono, ma senza mancare di profondità e dramma quando la trama lo richiede.

Infine, il maestro delle cerimonie del Kit Kat Klub è Arturo Brachetti, che cattura l’attenzione con le sue battute rivolte al pubblico stesso e che strega con la sua mimica. Non possono dunque mancare i numeri di trasformismo. Ed ecco che, solo per citare un esempio, senza alcuna barriera tra lui e gli spettatori, il bianco della sua maglietta rivela come per magia la bandiera inglese.

I brani e i momenti di rilievo

Il canto è davvero di alto livello. Tutti gli attori dimostrano infatti di avere una grande abilità e precisione. I brani sono inoltre perfettamente inseriti a livello emotivo nelle rispettive scene. Si passa così dalla spensieratezza di “Willkommen“, il brano iniziale cantato da Arturo Brachetti, che catapulta lo spettatore nell’atmosfera senza freni del Kit Kat Klub, alla straziante interpretazione di Diana Del Bufalo in “Cabaret“, il brano che dà il titolo allo spettacolo. La canzone è di fatto un numero di Sally al locale, ma viene eseguito nel contesto pregno di dramma del secondo atto, con la consapevolezza che “la vita è un cabaret”, nel bene e nel male.

Tra i momenti più toccanti, oltre alla già citata scena di “Cabaret”, l’intero sviluppo della relazione tra Fräulein Schneider e Herr Schultz, con il loro amore e la dolorosa decisione di non coronare il sogno del matrimonio, per non incorrere in pericoli causati dalla situazione politica.

La parte più commovente, però, è di certo il finale (qui è necessario uno spoiler, perciò se non volete sapere nulla, concludete qui la lettura). Arturo Brachetti sale sul palco con indosso solo un impermeabile vecchio e rovinato, che si toglie nel momento in cui si gira a dare le spalle al pubblico, e inizia a camminare verso il fondale per terminare la sua camminata in mezzo al fumo, come in una camera a gas. Ed ecco che l’epilogo è come un risveglio per tutti, attori e pubblico. Ci ricorda infatti che fuori dal cabaret c’è una realtà che non è di certo allegra e spensierata, perché sa essere anche cruda e spietata.


Recensione a cura di Simona Zanoni – Foto di Valerio Polverari

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