VIVERE. “TORNARE A VIVERE”.

VIVERE. “TORNARE A VIVERE”.

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“Il tuo cuore, non è il tuo. È per gli altri”. 

Non lo so. Forse. O magari, non me ne accorgo. So che ho un cuore che batte forte, tanto. Batte di gioia, di felicità (sporadica ma c’è!), di adrenalina, di nervi, di malinconia e di ansia.

So di avere un’anima sensibile e questo mi porta a vivere ogni emozione in maniera amplificata. Tanto, troppo, di più. Forse, anche per questo aspetto della mia personalità, col tempo, ho imparato il senso del silenzio.

Anche perché, molte cose, a mio avviso le più belle, le più coinvolgenti ed eccitanti, si fanno e si vivono, spesso, in silenzio (non tutte, eh!).

Mi reputo una persona, una donna, una femmina per pochi. Facile, intuire, dai miei profili social tutto e niente. Facile trarre conclusioni affrettate. Ancor più facile dedurre che sia una provocatrice nata. Una di quelle donne, per intenderci, che ammaliano.

Prego, fate voi, a me tutto questo mi diverte. Il resto, è solo per pochi.

Così come quel lato emotivo, che emerge in maniera eccessiva, sopratutto, davanti a determinate tematiche, avvenimenti, situazioni.

Vedi il monologo della showgirl Elena Santarelli, durante la conduzione del programma satirico Le Iene relativo  al periodo più delicato della sua vita: la malattia del figlio.

La Santarelli, fisico statuario, bellissima, ammaliante, dinamica, sorridente, seducente: donna. Indirettamente, anche, Donna Coraggio con la semplicità di poche ha sciolto i cuori di tantissimi italiani. Nelle sue lacrime trattenute c’era tutta la dignità di un genitore che, oltre alla malattia del figlio, ha dovuto subire accuse e pregiudizi. 

Accuse e pregiudizi, siamo alle solite. Perchè puntare il dito conto è la cosa più facile e semplice. Ed ancora, la più cattiva e triste. Eppure non ci importa di nulla, siamo sempre lì pronti a giudicare. Senza riuscire, neppure per un attimo, a immedesimarci in quella situazione.

Tutto questo perchè non percepiamo quella dimensione di bisogno vicendevole, di reciprocità. Tutto questo perché abbiamo paura a metterci in discussione; abbiamo paura del confronto e della condivisione (siamo bravi solo sui social!).

Nel monologo la Santarelli non ha mai accennato alla malattia del figlio, anzi. La Santarelli  ha mostrato il suo lato più intimo e sensibile, senza vergogna ma con coraggio. E’ stata capace di condividere con naturalezza e senza imbarazzo ciò che a molte donne comuni  viene contestato.

Mi piace riportare, le parole della showgirl. Reputo siano parole e pensieri che ognuno di noi, dovrebbe, a mio avviso, far proprie. Parole che, contestualizzate, alle nostre vite, dovrebbero, per l’appunto, essere da motivazione e sprono.

Parole che, bastano da se a farci tornar un attimo con i piedi per terra. Parole di sensibilizzazione e inclusione. 

«Non vi parlo della malattia di mio figlio, ma di come si torna a vivere durante e dopo la malattia. Io mi sono vergognata di farlo, ho sentito parole che mi hanno fatto sentire sporca, tipo: “Ma come fai a lasciare tuo figlio solo?”. Mi sono vergognata di tornare a lavorare, di uscire a cena con mio marito, persino di andare dal parrucchiere quando ho sentito un’altra donna sussurrare: “Che cazzo ci fa qui la Santarelli? Io con un figlio malato starei a casa”.

E a casa ci tornavo, mi buttavo subito sotto la doccia per pulirmi dallo sporco che mi avevano appiccicato addosso. “Fai schifo – mi dicevo – cosa ti è venuto in mente?”. Grattavo via lo smalto appena messo sulle unghie, perché mi sentivo male ad essermi presa un pezzo di vita per me.

Quegli sguardi, quelle parole ti dicono che c’è solo un posto dove puoi stare: al fianco di tuo figlio che si sta ancora curando.

Quegli sguardi ti proibiscono di essere altro dalla malattia. C’è un’altra cosa che t’impedisce di tornare a vivere: è il senso di colpa per la fortuna che hai avuto, perché tante amiche conosciute in ospedale, mamme come me, oggi non hanno più i loro figli e quella fortuna sentivo di non meritarla più di loro. Così ho cercato di nascondere la mia felicità ma quelle mamme mi hanno detto:

“Non ti devi vergognare”.

Ed è solo grazie a loro, a Valeria, a Elena e a Valentina, che non mi hanno condannato ma che mi sono state accanto, che ho potuto tornare a vivere tutte le mie emozioni.

Oggi sono grata che i miei uomini, Giacomo e Bernardo, siano con me e sono grata di aver imparato questa lezione, una delle poche che posso insegnare alle mie amiche donne.

Non sentitevi sporche, non sentitevi in colpa, mi sono sentita una madre sbagliata, ma non voglio farlo più e non fatelo neanche voi, non abbiate paura di tornare a vivere».

 

Aggiungere altre parole non sarebbe corretto. Spesso il silenzio, così come ho già scritto, è l’arma migliore. In silenzio, col nostro Io, si fanno considerazioni immense. Ed con lo stesso silenzio che, altrettante volte, dovremmo rimanere.  Perchè, anche noi, potremmo ritrovarci in una quella situazione. Qualsiasi essa sia.

Ecco, questo è uno di quei temi, che mi tocca, profondamente, il cuore e mi emoziona.

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