Palermo, I Teatri di Pietra nell’area archeologica di Monte Iato  portano in scena i classici riveduti: questa sera alle 21, Circe

Palermo, I Teatri di Pietra nell’area archeologica di Monte Iato portano in scena i classici riveduti: questa sera alle 21, Circe

PALERMO – L’area archeologica di Monte Iato a circa trenta chilometri da Palermo, uni dei siti del Parco archeologico di Himera, Solunto e Monte Iato, diventa quinta ideale per tre spettacoli portati in scena dall’Associazione Teatri di Pietra.

Il primo dei tre spettacoli in programma per questa sera, venerdì 5 agosto è “Circe”, cunto di e con Orazio Alba che sarà portato in scena da La rosa di Gerico.

Gli spettacoli in programma si svolgeranno, a partire dalle ore 21, nell’area archeologica di Monte Iato presso l’Antiquarium Case D’Alia in Contrada Perciana.

Seguiranno lunedì 8 agosto Orestea (Agamennone e Coefore) e sabato 13 agosto con Aiace.

Per l’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà “Il progetto di portare in scena nel sito archeologico di Monte Iato spettacoli ispirati alla tradizione classica è un modo per amplificare la bellezza dei luoghi, ma anche per favorire la conoscenza di un sito di grande valore storico-archeologico non ancora adeguatamente conosciuto ed apprezzato, a partire dal territorio stesso in cui si trova. Occorre fare un’azione di promozione e conoscenza che renda familiari i luoghi e faccia sentire la comunità circostante espressione diretta di quella storia. Solo riappropriandoci del nostro passato abbiamo speranza di futuro”.

Gli spettacoli sono realizzati grazie all’iniziativa del Parco archeologico regionale di Himera Solunto e Monte Iato diretto da Domenico Targia per il quale “l’iniziativa realizzata insieme ai Teatri di Pietra è un modo per favorire il processo di conoscenza e valorizzazione di un sito il cui nucleo originario risale all’inizio del I millennio a.C., probabilmente ad opera del popolo indigeno degli Elimi o dei Sicani, e rimase attiva fino al XIII secolo quando fu distrutta da Federico II nel tentativo di sedare la rivolta araba contro la dinastia sveva. Ietas – così il nome latino della città che aveva un’estensione di 40 ettari tra i comuni di San Cipirello e San Giuseppe Iato – fu uno dei 50 centri urbani più importanti della Sicilia antica”.

CIRCE cunto di e con Orazio Alba – Venerdì 5 agosto ore 21.00.

Liberamente tratta dall’Odissea la Circe di Orazio Alba sarà raccontata, in modo leggero, divertente, commuovente, dallo stesso autore con la tecnica antica del “cuntu” siciliano, accompagnato dal suo tamburo e dal suo flauto. Narrerà di una donna e della sua sacralità. La donna che crea la metamorfosi, che conosce le forze della natura, che si dona senza risparmiarsi. Una donna che affronta il cambiamento per l’evoluzione.

In questo racconto Circe viene vista come colei che, riconosciutasi, conosce e, con potere, agisce; come colei che comprende e non indugia a mettere in discussione sé stessa per apprendere nuova conoscenza.

Il racconto rispetta totalmente la tradizione del “cunto”, tende alla goliardia, ma anche alla poesia; dona ai personaggi un aspetto umano, naturale: mettendoli a nudo innanzi alla vita che di volta in volta a loro si presenta”.

ORESTEA – Agamennone+Coefore per la regia di Cionzia Maccagnano con Marta Cirello, Raffaele Gangale, Dario Garofalo, Cinzia Maccagnano, Luna Marongiu, Cristina Putignano
musiche Marco Schiavoni maschere Luna Marongiu costumi Monica Mancini scene Freezer09_Lab. – Lunedì 8 agosto ore 21.00

L’Orestea è prima di tutto un epocale disegno drammaturgico in grado di raccontare la fine dell’ineluttabile. Agamennone uccide Ifigenia. Clitennestra uccide Agamennone. Oreste uccide Clitennestra. Ma nessuno uccide Oreste. Ciò non significa che Oreste non paghi pegno, tutt’altro. La Ragione (Atena) gli offre una chiave di salvezza, sostituendo il tribunale degli uomini alla teodicea, ma questo gli toglie il fiato. La stessa cosa che accade a un bambino quando nasce. L’eccesso d’aria rischia di soffocarlo. Perciò piange. E piange Oreste, su cui pesa un passato che non c’è più, arcaico ma sicuro; e dentro cui scalpita una realtà incerta, a cui è impreparato, la cui rappresentazione è migliore dell’originale; una Realtà su cui la Ragione ha perso il controllo.

Qual è, dunque, il pegno da pagare per Oreste? Non essere. Né com’era, né come avrebbe dovuto. Essere in bilico.

In una rabbiosa e straziante infelicità. La pàrodo dell’Agamennone, il lungo coro degli anziani di Argo, disegna i confini dello spettacolo: gli attori indossano maschere d’ispirazione espressionista, che portano lo spettatore ora allo stupore, ora allo sgomento, e quando se ne liberano, ne scoprono altre dall’aspetto più arcaico, quasi dei totem, che rivelano i personaggi di Clitennestra, Agamennone, Cassandra ed Egisto.

Tutto il racconto dell’Agamennone si svolge come una grande rappresentazione, un rituale che riporta alla memoria i fatti da cui poi muoverà l’azione di Oreste. Nelle Coefore il registro cambia, finisce la rappresentazione, spariscono le maschere, e i giovani, Oreste, Elettra e Pilade, si mostrano così come sono, deformati solo dal furore.

Anche il ritmo cambia, non più cadenzato, scandito dal procedere della trama, precipita, seguendo l’urgenza di agire per liberarsi da un ordine antico che non trova più riscontro nella Realtà. I giovani detronizzano, sovvertono, uccidono. Orfani di un senso della storia, mossi da una “irragionevole rabbia”, si ritrovano smarriti in un mondo di cui non riconoscono più il senso del Passato e sperimentano l’incapacità della Ragione di farsi ancora guida sicura.

AIACE di Ritsos con Viola Graziosi, regia Graziano Piazza. – Sabato 13 agosto ore 21.00

La storia dell’eroe greco narrata attraverso la voce di una donna che è, forse, una proiezione, un miraggio e quella di un uomo, Aiace, evocato attraverso la voce di lei. Insieme ripercorrono la storia dell’eroe greco, il più valoroso dopo Achille.

Pieno di dolore per non essersi aggiudicato le armi di Achille dopo la sua morte, accecato da Atena, Aiace fa strage di greggi, credendo di vendicarsi sugli Achei ma, tornato in sé, non riesce a sopravvivere alla vergogna.

Dai fasti delle vittorie fino al grottesco tragico epilogo, la donna riveste i panni dell’eroe attraverso le sue parole e le sue folle azioni, fino ad assumerne quasi le sembianze. Non più moglie, madre e amante, muta e impotente, è eroina dei nostri giorni.

L’Aiace di Ritsos, scritto tra il 1967 e il 1969, è una rilettura della tragedia di Sofocle
attraverso la quale il poeta, considerato tra i più grandi del 900, offre una visione lucida e cruda della sua contemporaneità umana e politica.

“Nel mettere in scena oggi questo testo – spiega il regista – ho voluto capovolgere le parti per interrogare il lato femminile, sensibile dell’eroe, quella voce muta che finalmente arriva al centro della scena e prende parte alla battaglia del vivere”.

L’Aiace di Ritsos è un eroe per forza, umiliato dall’impotenza della ‘normalità’, di ciò che gli altri gli impongono di essere. Un Uomo che combatte le sue vicende quotidiane, teso verso un percorso mitico, ma a cui il destino fa compiere azioni ridicole e che, infine, scopre la liberazione di perdere ogni cosa. Dramma interiore di quanto al di là del genere il mito ci abita, ci muove, ci sorprende nelle piccole pieghe quotidiane della nostra esistenza contemporanea, ci permea di grandezza e di impotenza nello stesso tempo.

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