Catania, Green spass: “Molly Bloom” dopo “Entro i limiti della media europea”

Catania, Green spass: “Molly Bloom” dopo “Entro i limiti della media europea”

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CATANIA – Prossimo appuntamento, l’ottavo, dal 16 al 19 e dal 21 al 23 settembre, alle ore 21, sempre nel Giardino Fava di Catania (via Caronda 82), con “Molly Bloom, Il divino è femmina” da James Joyce, di Elio Gimbo. Un libero adattamento del famoso “monologo in flusso di coscienza” (Cap.XVIII ) dell’Ulisse di James Joyce.

“Entro i limiti della media europea”, che all’interno della rassegna ha preceduto “Molly Bloom”, è un lavoro teatrale scritto all’indomani dell’omicidio aziendale dei sette operai morti nel rogo delle acciaierie Thyssen Krupp di Torino, nella notte tra il 5 e 6 dicembre 2007. Lo spettacolo ha debuttato a Roma nel marzo 2010 ed ha girato per festival e teatri italiani per due stagioni. E’ ripartito “perché le morti da lavoro sono di tremenda attualità: e la rivolta necessaria è più che mai un atto da promuovere”.

Rimanendo legati alle tematiche sociali, questa volta nel tema dell’emancipazione della donna, in “Molly Bloom”, il regista Elio Gimbo ha rilevato, con la mediazione di Jacques Lacan, l’inesauribile esperienza simbolica e simbolizzante che la scrittura crea nel lettore, chiamato a una continua rielaborazione. La sfida del regista è quella di trasporre sulla scena l’inazione del personaggio Molly, una donna che si crogiola in innumerevoli e varie fantasie sessuali sul talamo suo e di Bloom.

La soluzione teatrale è quella di far muovere nello spazio Molly (Sabrina Tellico), facendola interagire con un fantoccio che rappresenta Bloom, o, meglio, il maschile. La sessualità femminile viene rappresentata con tutta la sua carica destabilizzante.

La regia di Elio Gimbo con Sabrina Tellico; impianto scenico di Bernardo Perrone. Produzione Fabbricateatro.

La nota di regia di Elio Gimbo:

“Fu nel 2014 che iniziai a lavorare su questo personale “stuck” di Sabrina Tellico; dapprima fu un modo per riempire delle pause, tra le produzioni di Fabbricateatro, con un lavoro che non avesse l’esigenza di essere mostrato ma semmai allenasse l’attrice a tenere viva la propria energia scenica, e aiutasse me a tenere un ripostiglio segreto dove entrare di tanto in tanto a godere di una piccola trasgressione; sicché in questi anni il ripostiglio a poco a poco si è riempito di piccole cose provenienti dalle rive dei fiumi attraversati nel frattempo; adesso è giunto il momento che questa creatura si mostri alla luce di scena. In principio fu la mia sconfinata ammirazione per l’ Ulisse di James Joyce; un romanzo che esaurisce in sé tutte le forme possibili di narrazione, monumentale capolavoro di tecnica del “montaggio”, straordinario esempio di dominio del linguaggio sulla realtà che annuncia le scoperte sulla psiche di Jacques Lacan: siamo tutti sottoposti alle leggi del linguaggio, siamo esseri parlanti; il linguaggio non è qualcosa da apprendere ma ci aspetta alla nascita, ci permea nel corso della vita, ci costituisce; proprio perché l’inconscio è strutturato come un linguaggio, esso è in grado di produrre effetti di senso anche più della coscienza, ci trascende, ci divide. Inizialmente mi interessava trasportare la potenza simbolica joyciana dal linguaggio scritto al linguaggio della scena; lo spazio teatrale può traghettare, al di là di ogni vincolo di realismo, un flusso linguistico di natura simbolica semplicemente attraverso il valore dell’”esperienza” proposta allo spettatore. Joyce attribuisce all’esperienza compiuta dal suo lettore lo stesso valore che un regista attribuisce a quella del suo spettatore: il libro è la sua scena; anche Beckett nei testi teatrali realizza una trasposizione analogica di questo tipo, se in Joyce abbiamo a che fare con una “libro-scena”, in Beckett -con le macchine simboliche del suo teatro- abbiamo una “scena-libro”. Inizialmente non fu certo la fama del personaggio di Molly Bloom a farmi scegliere il XVIII cap. del libro come campo di ricerca, piuttosto fu la sfida di definire con l’azione teatrale tutta la mancanza di azione fisica del personaggio sulla pagina; il fatto che Molly non faccia altro che crogiolarsi in dormiveglia nel talamo matrimoniale mi spalancava la possibilità di scatenare in azione l’eccezionale potenza dei suoi pensieri. Se “il processo alla vita” intentato da Leo Bloom lungo il corso del romanzo è diventato un archetipo letterario, altrettanto bisogna dire della sessualità luciferina che incendia gran parte del monologo interiore di Molly; otto lunghissimi periodi senza altra punteggiatura descrivono un flusso di pensieri concatenati che coinvolge il marito, l’amante Boylan, il padre, la figlia lontana, il figlio morto precocemente; figure del passato e del presente si alternano come sfaccettature di un brillante. La vitalità dei pensieri di Molly appare priva di qualsiasi inibizione, è pura forza procreatrice, il tono dei suoi pensieri circa il sesso non sembra quello della seduzione ma quello della minaccia all’ordine maschile costituito.

Nel lavoro in sala allora iniziammo ad allargare lo sguardo da Molly alla Winnie di Beckett (“Giorni felici”), entrambe sanno per esperienza quanto il cancro di ogni maschio stia nel suo desiderio mai appagato in quanto incapace di possedere l’oggetto desiderato definitivamente; entrambe sono donne che cercando il vero trovano il nulla, ossia noi uomini che scontiamo la colpa di desiderare in una realtà in cui desiderare è vano. Come una canoa il lavoro teatrale su Molly mi ha consentito di discendere attraverso rapide, correnti e gorghi la corrente del fiume che mi lega al femminile, la sfida di Molly sta nel costringerci alla domanda di Freud: “cosa vuole una donna?”. Parafrasando Lacan (“la femme n’existe pas”) oggi affermerei: la donna esiste solo nel divino; nella vita ognuno di noi è diverso dall’altro, non sperimentiamo una “totalità di genere”; Lacan ci avverte che la donna non esiste perché è impossibile la sua concettualizzazione, possono esistere soltanto “le donne”, ognuna a modo suo. Questa pluralità trovò in origine una sublimazione nella categoria del sacro, del “separato”; uno spazio simbolico dove, fin dall’apparire delle culture umane, la capacità generatrice della donna fu innalzata all’altezza del “divino”. Nell’esperienza quotidiana questo “divino femminile” esiste solo raramente, coincide perlopiù con l’estasi amorosa, tuttavia Lacan configura davvero il piacere femminile come un “godimento supplementare”, superiore a quello fallico, maschile; un godimento non sottomesso alle leggi della castrazione. Il godimento femminile si avvicina “all’infinito” in quanto qualcosa, nelle donne come nei mistici, non è mai sottomesso alla dialettica della castrazione e viene quindi considerato il paradigma del godimento senza Legge; dunque la risposta lacaniana all’interrogativo freudiano -e alla sfida di Molly- è che qualcosa dell’essere donna o di chi si pone in una posizione femminile sfugge al cosiddetto “primato del fallo”. L’indicazione per l’uomo sarebbe quella di rinunciare all’illusione di padronanza e di potenza fallica ma sappiamo che non sempre va così, questa “evasione di un limite” che emana da Molly è ciò che può renderla perturbante all’uomo a questo punto investito da una evidente fragilità di genere, ed è questa inferiorità maschile che determina spesso effetti tragici nella vita di molte donne; del resto ogni tipo di pulsione totalitaria, a ben guardare, coincide con una seria condizione nevrotica maschile, accade nell’uomo nevrotico che per illudersi di avere potere su ciò che gli sfugge la soluzione trovata sia farla tacere per sempre. Alla fine del lavoro ho realizzato come a interpretare correttamente tali complessità possa essere soltanto una donna: l’attrice storica di Fabbricateatro. Le correnti che attraversano il pensiero di Molly diventano lava a contatto con l’energia scenica di Sabrina Tellico, il divino femminile diviene energia pura; a differenza di quest’uomo ormai ridotto a fantoccio, a sponda muta su cui rimbalza l’energia di Molly. Un fantoccio incapace di comprendere quanto le azioni delle donne siano volte piuttosto a mascherare la sua mancanza”. Poiché lo spazio del Giardino Fava offre, con le misure anti-Covid, un massimo di 50 posti, il pubblico è invitato a prenotare o telefonando al 347 3637379 oppure inviando allo stesso numero un messaggio sulla piattaforma Whatsapp. Ovviamente, si richiede il Green pass: “No pass no spass”, dicono gli organizzatori.

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